di Maria Grazia Gemelli

Roma, Villa Maraini, all’interno del Parco della Croce Rossa Italiana. Che ci faccio qui?

Quando sono arrivata, nel maggio del 2018, è stato per caso. Ho avuto un incontro con Massimo Barra, fondatore della struttura e mi è venuto al momento (una instant idea) l’impulso di proporgli, a favore degli utenti del Centro di Prima Accoglienza diurno, un corso teatrale ispirato  alle teorie di Jacques Lecoq, francese, attore, mimo, drammaturgo, regista teatrale, fondatore di una scuola (durata quattro anni per diventare clown di scena teatrale), allacciando questa figura alla commedia dell’arte e al teatro della liberazione. Frequentai il corso, tenuto a Roma da un suo allievo, l’argentino Gaston Troiano, nel tempo libero e mi portò sul palco di molti teatrini e caffè letterari. Alcune tecniche teatrali le ho riportate, con successo, nella conduzione di gruppi di crescita giovanili e perfino nella formazione psicosociale di manager aziendali.

Il medico Massimo Barra, fondatore di Villa Maraini, nel 1976, Agenzia Nazionale per le tossicodipendenze della Croce Rossa Italiana, mi è apparso come un fenomeno della natura: flessibile, elastico e insieme fermo, uomo di grana e consistenza. Per intenderci, lontanissimo da un pollo dissossato. Una mente rara, aperta e accogliente, immersi come siamo in una cupa e claustrofobica cultura del NO.

“Qui c’è poco da ridere” mi ha detto sconcertato.

“Ridere è un atto nobile. Meglio aggiungere nostre lacrime a quelle degli altri?” gli ho risposto.

Dietro mio progettino, mi ha fatto provare. Aveva ragione lui. Il Centro di Prima Accoglienza è uno spazio protetto diurno dove i pazienti che soffrono di tossicodipendenza, abuso di alcol e di gioco d’azzardo, vengono orientati, potendo risolvere dei problemi pratici, dove possono conoscere gli operatori e la struttura anche se ancora non hanno deciso di intraprendere un percorso terapeutico. Un porto di mare, un luogo transitorio, dove gli utenti sono per lo più smarriti o disperati.

Ho iniziato con dei giochi socializzanti. Però alcuni membri del gruppo erano in astinenza, altri erano sedati o sotto metadone. Mi sono presto resa conto che potevo solo avere un ruolo ricreativo ma non formativo. Il mio sforzo era sprecato perché per distrarsi dall’ossessione della dipendenza qualunque attività era intercambiabile: musica, disegno, animazione.

Sono tornata, per fornire il mio feed-back, da Massimo Barra dicendogli con franchezza che per condurre un corso, che fosse anche un percorso, avevo bisogno di continuità. Sono così stata indirizzata verso il Centro Alternativo alla Detenzione, dal Responsabile psicologo Valerio Gino Madeo, serio, cordiale e disponibile, di stessa scuola di libero pensiero di Massimo Barra, dall’esperienza quindicennale in quell’ambiente.

Il CAD offre un percorso di cura a soggetti tossicodipendenti, provenienti dalle carceri, dove erano entrati in contatto conoscitivo con gli operatori di Villa Maraini, presenti grazie al Progetto Carcere della Fondazione, inviati dai magistrati, con provvedimenti di recupero alternativi al carcere. Inoltre il Centro si occupa anche del reinserimento socio-lavorativo dei pazienti, che comunque devono scontare la pena giudiziaria fino alla fine.

Altro mio progetto, che, esaminato dal gruppo di operatori che supportano il percorso terapeutico attraverso colloqui individuali e dinamiche di gruppo, è stato accettato come una risorsa trasformativa possibile: permettere all’utente, tramite quella attività, di riconoscere le proprie emozioni, rabbia, paura ecc. accettarle e gestirle in modo costruttivo, senza la paura di giudizio altrui.

Dunque ero pronta per iniziare. Un’aliena, una fuori-struttura, una outsider. Questo mio ruolo non-ruolo da volontaria, giocava a mio favore. Nessuno mi ci aveva mandato,  ci ero venuta da sola, con l’unico obiettivo di aiutare e di mettermi a disposizione.

A Roma si dice scherzosamente: “Ci fa o ciè?”. Non ci facevo, ci ero. Non esisteva nessuna gara. Non dovevo sentirmi migliore né lavarmi la coscienza, volevo solo rendermi utile.

Il primo giorno ho fatto un discorsetto di apertura. Un breve cenno storico alle maschere e al teatro, invenzione antichissima che parla del bisogno di osservare la vita e la propria realtà da fuori. Si recita per dare delle emozioni e degli spunti di riflessione agli altri. Per confrontare ciò che proviamo con ciò che provano gli altri. Nel ruolo di attori, al contrario di tutti gli altri ruoli sociali e professionali, in cui è permesso esporre solo una parte di sé, bisogna stare in pace con se stessi ed essere a proprio agio nella propria pelle. Abbandonarsi con fiducia e con naturalezza al gioco teatrale, senza pensare di essere sotto esame e cercando la competenza ad ogni costo, ma bisogna prima di tutto conoscere le proprie emozioni. Il teatro è una finzione che dà emozioni vere. Assumersi la responsabilità di recitare, vuol dire stare nel paradosso di non abbandonare mai il personaggio recitato e allo stesso tempo essere pienamente se stessi.

La mia proposta non porta verso la professionalità dell’attore, ma verso la possibilità di costruirsi addosso un racconto di sé, magari tragicomico, ma non stereotipato, utile per superare limiti della propria personalità.

Cercavo di essere sincera e attrattiva, per la mia convinzione che, cercare di fare teatro, è comunque un’attività altamente terapeutica per chiunque, sapendo che però il mio primo compito era quello di essere accettata e ascoltata. Infatti so bene gli infiniti modi in cui un interlocutore può far finta di ascoltarti e di assecondarti, mentre con la mente vaga altrove e aspetta solo che tu te ne vada via.

Per rompere questa mia paura, ho deciso di provocare:

“Magari voi state pensando che sono una mezza scema!”

frase con cui implicitamente chiedevo sincerità e significava: “Ditemelo in faccia!”.

Alberto mi rispose raccogliendo la provocazione:

“Secondo lei, noi qui siamo nella condizione di poter esprimere un giudizio?”.

Una risposta intelligente che alzava il tiro della provocazione. In parte era autoaccusatorio, in parte attaccava platealmente la mia presunzione di sincerità.

Da quel momento ho capito che non avrei avuto vita facile…

La storia continua

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