Terapie

Trattamento

I trattamenti esistenti sul territorio sono molteplici ed è particolarmente difficile catalogarli tutti, proviamo a farne un elenco che offra una buona informazione sulle terapie e gli interventi esistenti nel campo delle tossicodipendenze:
  • Ambulatori
  • Associazioni
  • Centri Alcologici
  • Centri di attività informativo-educative
  • Centri di Pronta Accoglienza
  • Comunità Terapeutiche Residenziali
  • Comunità Terapeutiche
  • Semiresidenziali
  • Comunità Aperte
  • Cooperative di Lavoro
  • Emergenze
  • Ser.T.
  • Unità di Strada
  • Unutà HIV

Terapia o svezzamento

Prima di parlare di terapia è importante considerare la variabile tempo. Infatti, se è vero che la durata media di una tossicomania è di circa dodici anni, durante i quali spontaneamente il rapporto con la sostanza passa dalla fase del folle amore a quella dell’odio, ne deriva come logica conseguenza che il trascorrere del tempo è un nostro alleato e non un nemico. La terapia non deve avere la pretesa di essere risolutiva nè la convinzione di ottenere tutto e subito, riproducendo così proprio gli effetti delle sostanze che tutto e subito sembrano concedere.
 
La terapia nel tossicomane per molto tempo si è identificata con la disintossicazione o svezzamento (cioè il superamento della dipendenza fisica), anche se lo svezzamento nella maggior parte dei casi è soltanto un episodio, neanche il più significativo, che nella vita di un tossicodipendente si ripete decine e decine di volte. Per terapia si intende invece un processo molto più complesso per giungere infine a un superamento definitivo della dipendenza, un lungo percorso con i suoi alti e bassi, un insieme di strategie che possono utilmente essere messe in atto. La terapia è un lungo cammino che il tossicomane deve percorrere insieme a chi lo aiuta, sia che si tratti di un centro, di un terapeuta, un familiare, un amico, tutti coloro, insomma che sono coinvolti in un modo o nell’altro nell’impresa di aiutarlo a uscire dal suo rapporto perverso e perdente con la sostanza.

Gli obiettivi - La sopravvivenza

L’obiettivo primario che un intervento terapeutico deve porsi è la sopravvivenza del soggetto, senza la quale ovviamente ogni discorso sarebbe vano. E’ stato provato che il tossicomane che si cura vive più a lungo e rischia meno la morte di chi non si fa curare e viene lasciato in balia di se stesso. Se si partendo dal presupposto che anche la morte accidentale di un tossicodipendente ha qualcosa a che vedere con un suicidio, magari inconscio, il fatto di avere un rapporto terapeutico può rappresentare per lui un freno alla disperazione.

La riduzione del rischio di condizioni patologiche

Il secondo obiettivo è quello di prevenire di una condizione patologica irreversibile, secondaria alla droga, ma capace di manifestare il suo potere anche una volta interrotto l’uso di droga. E’ il caso di quanti muoiono di Aids, di cirrosi epatica o a causa di altre malattie infettive contratte quando erano tossicomani attivi. La terapia deve tener conto della qualità della vita del drogato nel momento in cui viene iniziata, in quanto capace di diminuirne l’infelicità e aumentarne l’integrazione sociale.

La ricerca di alternative

Il terzo obiettivo della terapia consiste nel catalizzare la riscoperta di alternative alla droga, intendendo per alternativa tutto ciò che è capace di avere uno charme superiore a quello delle sostanze. Anche in questo senso il passare del tempo si rivela un fedele alleato, giacché con esso lo charme della droga tende ineluttabilmente a diminuire, mentre aumentano le probabilità della riscoperta o della comparsa di un’alternativa: un amore, un lavoro, un interesse, tutto quanto consenta al soggetto di alzarsi al mattino e di vivere o sopravvivere senza necessariamente ricorrere al supporto di una sostanza che soddisfi la necessità di colmare vuoti esistenziali.

Terapia come fatto collettivo

La terapia andrebbe sempre considerata un fatto collettivo, la presunzione di poterla intraprendere da soli senza il supporto degli altri porta immancabilmente all’insuccesso. Chi decide di aiutare concretamente un tossicomane deve amare il proprio lavoro, non provare disprezzo per il mondo dei drogati, avere un buon equilibrio per non passare facilmente dall’euforia e dall’entisiasmo alla depressione e alla desolazione, avere una buona attitudine a semplificare le cose e non a complicarle, essere disponibile senza diventare complice, capace di forti empatie, essere calmo, concreto, pragmatico, giusto, affidabile, non impressionabile.
 
Poiché una persona che da sola possegga tutte queste qualità é praticamente impossibile da trovare, è il gruppo dei terapeuti nel suo insieme che deve tendere ad avere tali caratteristiche. Terapeuti specializzati possono fallire e abbandonare alle prime difficoltà, mentre persone meno preparate ma entusiaste del proprio lavoro e umanamente disponibili raggiungere risultati imprevedibili. La vera competenza per lavorare in questo campo non si ottiene solo studiando sui libri, ma soprattutto con la pratica. Non c’è test preventivo o attitudinale più efficace della selezione naturale per identificare la persona capace di sopportare l’impatto con i terribili stress emotivi provocati dal rapporto con i tossicodipendenti. La formazione professionale è importante, ma ancora di più lo sono l’esperienza, la fiducia e la fede che rendono possibili anche imprese apparentemente difficili e disperate come quella di aiutare un tossicomane a guarire.

Interventi terapeutici diversificati

Se ogni soggetto è diverso dall’altro e anche da se stesso in funzione del tempo che passa e modifica il suo rapporto con la droga, per fare terapia occorre costituire una serie di occasioni terapeutiche diversificate, sia per modalità operative sia per collocazione topografica o istituzionale, integrate e collegate tra loro da una serie di interventi capaci di dare una risposta immediata, anche se parziale, a ciascun tossicomane: motivato o non motivato a smettere; in fase di amore o di odio della sostanza; libero o in carcere. Un tossicomane può avere o no bisogno di metadone, di ricoveri ospedalieri, di una comunità terapeutica piuttosto che di un centro diurno, di un cambiamento di ambiente, o semplicemente può avere bisogno di una siringa sterile per iniettarsi la droga senza prendere altre malattie quando la motivazione a smettere a inesistente e non c’è altro intervento praticabile.

L’approccio farmacologico e psicoterapeutico

Possiamo classificare la terapia della tossicomania secondo due approcci fondamentali: quello farmacologico e quello psicoterapico. L’approccio farmacologico a sua volta presenta due aspetti: il primo, aspecifico, in cui entrano in gioco tutti i farmaci capaci di aiutare il tossicomane; il secondo, specifico, nel quale vengono utilizzati farmaci fondamentali nella cura della tossicomania, gli agonisti come il metadone e gli antagonisti come il naltrexone. L’approccio psicoterapico può essere di tipo individuale, di gruppo, d’ambiente (quella riconducibile all’esperienza delle comunità terapeutiche). Nel nostro paese le comunità hanno avuto positivi effetti nella comprensione e nella gestione del fenomeno, anche se non è corretto attribuire loro un ruolo determinante e risolutivo in tutti i casi di tossicodipendenza.

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