A Villa Maraini, da oltre 40 anni, siamo convinti che nessuno è destinato a rimanere tossicodipendente per sempre e che ci sia, anche per chi è finito in carcere per problemi di droga, la possibilità di cambiare vita. Per questo abbiamo partecipato alla stesura del  Manifesto “Rome Consenus 2.0, per una nuova politica umanitaria sulle tossicodipendenze”, ispirati anche da storie come quella di Ivano, 39 anni ex tossicodipendente, con reati per spaccio di sostanze, che ha completato lo scorso mese il suo percorso di cura nel Centro Alternativo alla Detenzione della nostra Fondazione.

La prima assunzione Ivano la fà all’età di 13 anni con la classica “cannetta co l’amici” di Ostia, nella provincia di Roma, dove vive in casa con i genitori entrambi lavoratori e un fratello più grande. Sin da piccolo risulta un bambino molto vivace, troppo, tanto da essere cacciato dalla scuola in 1amedia. Così Ivano si sente più grande della sua età perché non fa più la vita dei suoi coetanei. Inizia a frequentare persone più grandi di lui che lo introducono allo spaccio, fino a quel momento finalizzato alla possibilità di avere la sostanza per sè, senza doverla pagare. Nel frattempo continua la sua attività da giovane promessa del calcio, alimentando la speranza sua e dei suoi genitori di realizzarsi nello sport.

“Da sempre ero stato ossessionato dalla voglia di sentirmi più grande e importante agli occhi degli altri, avevo ricevuto pochi “no” in famiglia e sentivo di poter fare tutto quello che volevo, soprattutto dopo essermi fatto cacciare da scuola. Chiaramente la disciplina sportiva mi andava stretta.  Ho iniziato anche ad abusare di alcol così le mie prestazioni sportive peggiorarono. Poi a 20 anni, dopo quasi 7 di fidanzamento, metto in cinta la mia ragazza e mi sposo. Dobbiamo mettere su casa e servono più soldi quindi inizio a spacciare cocaina per guadagnare. Come accade spesso, ho iniziato ad usare la cocaina che spacciavo e quindi la mia vita prende una piega ancora più burrascosa, tanto che mia moglie mi lascia portando via con se mia figlia e lasciandomi in una spirale di depressione e abuso di sostanze e psicofarmaci. All’età di 22 anni tento il suicidio più volte fino a quando mio fratello mi salva, facendomi portare in un reparto di psichiatria. Mi riprendo, smetto di usare sostanze e psicofarmaci, ma lo spaccio prosegue perché non vedo alternative e così a 23 anni, per la prima volta, vengo arrestato. Per fortuna mi mettono in isolamento per 20 giorni, così non ho modo di entrare in contatto con una realtà molto dura, seguono gli arresti domiciliari. Ma questo non mi serve di lezione e continuo a spacciare tranquillamente per altri 5 anni. Mi circondo di finte amicizie che erano intorno a me per interesse, perché ero uno tosto ma che aiutava se avevi bisogno, senza chiedere nulla in cambio e senza rendermi conto che a parti inverse non lo avrebbero fatto per me. Ricomincio a sniffare cocaina per far tacere la parte di me che sentiva il disagio della situazione che vivevo quotidianamente. Tutto si interrompe bruscamente quando all’età di 28 anni vengo nuovamente arrestato, ma questa volta avendo precedenti, il trattamento è diverso, vengo messo in carcere con gli altri, molti dei quali erano criminali più esperti di me. La paura era tanta, anche perché non potevo avere più nessun contatto con la mia famiglia e con la mia nuova compagna, dalla quale avevo avuto un altro figlio.”

La vita di Ivano, già molto difficile anche in rapporto alla sua giovane età,  si complica con l’ingresso in carcere dove inevitabilmente fa nuove “pessime” amicizie, in una realtà degradata dove per altro racconta di  sostanze che gli vengono offerte in segno di “amicizia” e dove si creano quei legami che poi gli saranno utili per aumentare il “giro d’affari”.

Prosegue Ivano: “Dopo un anno sono uscito dal carcere determinato a smettere con quella vita, mi rivolgo ad un mio amico d’infanzia che mi offre un lavoro da manovale nella sua impresa edile. Ho retto solo 7 mesi perché ero ossessionato dal denaro, dalla vita facile e dalla voglia di cocaina, perché mi ero solo disintossicato senza aver fatto alcun percorso di cura.  Ricomincio a spacciare, grazie ai contatti presi in prigione ma tempo un anno e finisco nuovamente dentro all’età di 30 anni. Mi prendo 6 anni di carcere e dopo 1 anno ottengo i domiciliari in una comunità terapeutica a pagamento, dove però non mi facevano fare nulla, dovevo solo pagare, pagare per stare fuori dal carcere, tutto qui.”

Ivano capisce che non può continuare così, si ricorda di aver sentito parlare del Progetto Carcere di Villa Maraini, durante la sua detenzione a Regina Coeli, così prende contatti e dopo 1 anno riesce ad entrare, con l’autorizzazione del Giudice e del suo SERD, al Centro Alternativo alla Detenzione della Fondazione.

“Sapevo di dovermi curare per togliermi quella malattia che mi avrebbe riportato alla droga e alla vita fatta solo di ricerca di soldi, volevo una vita da persona normale. Purtroppo però non accettavo le regole del Centro e mi opponevo alle richieste degli operatori e degli psicologi, ero scontroso e scostante. Il tempo però mi ha fatto cambiare idea, insieme alle continue attenzioni degli operatori e psicologi, che mi hanno sopportato nonostante il mio atteggiamento, facendomi riflettere sul fatto che ero lì non solo per svoltare il carcere e/o i domiciliari, ma perché avevo chiesto di cambiare vita e di riallacciare i rapporti con la mia compagna e i figli che non mi volevano più vedere. Dovevo provare, mettermi in discussione, visto i casini che avevo combinato fino a quel momento. Ad aiutarmi poi c’è stato anche il fattore esempio: cioè il fatto di vedere i fine programma degli altri utenti che effettivamente avevano fatto un cambiamento, mi ha spronato, anche io ce lo potevo fare come loro.  Non volevo uscire e ricominciare quella vita falsa, fatta di amici che non sai chi sono veramente e che ti possono tradire, anche uccidere, per interessi. Questa cosa psicologicamente ti pesa, quando sei nei guai tutti  gli “amici” che hai scompaiono. Senti la solitudine vera, che solo la sostanza sembra possa farti sopportare, salvo poi presentarti il conto…”

Ivano ha trovato le motivazioni per affrontare il percorso di cura, che richiede molto in termini di energia perché prevede un radicale cambiamento della persona, che serve a strapparla dalla sua sostanza di abuso.

“A Villa Maraini ho trovato un paio di psicologhe che mi hanno aiutato tanto, anche dicendomi tanti e tanti “NO!”. Ho pensato tante volte di andarmene, perché non capivo i loro rifiuti, ma la mia compagna mi ha frenato facendomi riflettere sul fatto che mi stavo arrendendo. Così sono arrivato alla fine del percorso, durante il quale ho voluto anche prepararmi per fare a mia volta l’operatore sociale: volevo aiutare quelli come me e per prepararmi al meglio ho fatto anche il corso di Croce Rossa per essere volontario.”

Quindi Ivano fa un grande cambiamento di vita e conclude il suo racconto pensando al futuro che lo attende: “Ho solo un rimpianto: non essere riuscito a fare l’operatore a Villa Maraini; ma mi sono reinventato e ora sto aprendo un ristorante a Ostia.  Vorrei anche chiedere il trasferimento come volontario al comitato CRI di Ostia, per fare attività di aiuto in strada, le cosiddette azioni di riduzione del danno, che in una realtà come quella di Ostia non bastano mai!”

a cura di Stefano Spada Menaglia

Area Comunicazione Fondazione Villa Maraini Onlus

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